mercoledì 7 settembre 2016

Errori Fatali

Guys, I am sorry this post is in Italian. 
This time I needed to use my first language to explain how I feel.
It is also so very long, because I am such a wordy drama queen.  

Come ho scritto nel post precedente, il 15 giugno 2016, dopo sei anni di terapia, la mia psicoterapeuta mi ha cacciato da una settimana all'altra in modo umiliante, senza concedermi una vera conclusione ma buttandomi fuori dallo studio con la frase: "Non voglio stare qui a discutere con lei", quando io, "discutendo", avrei voluto solo capire che cosa stesse succedendo e perché.
Da quel giorno non ha più risposto ai miei tentativi di contatto per ottenere delle spiegazioni che, dopo sei anni e dopo quello che era successo, mi sembravano dovute.
Non solo, ben al corrente di quanto fosse essenziale alla mia sopravvivenza la terapia, ha deciso di interromperla dopo sei anni nel modo più sbagliato, devastante e sconvolgente, nonostante i profondi traumi che avevo già subito in passato e di cui era a conoscenza. In seguito, pur essendo stata messa più volte al corrente della grave situazione creatasi dopo la sua decisione, del fatto che non mangiavo, non prendevo le medicine, stavo molto male e rischiavo il ricovero, sembra aver preferito sparire, declinando ogni responsabilità. Sembra voler difendere a tutti i costi il proprio operato invece di riconoscere ed ammettere, davanti ai risultati drammatici che ne sono derivati e alla sofferenza che ha causato ad una persona, che forse può aver commesso degli errori fatali, quantomeno nel modo di concludere la terapia. Addirittura, piuttosto che parlare o comunicare di nuovo con me, ha preferito abbandonarmi in uno stato di abbattimento psicofisico tremendo. Io non riesco a farmene una ragione.

Come ci si può comportare in questo modo?  
Non è questo il modo di concludere e rispettare una relazione terapeutica di sei anni, anzi, una qualunque relazione tra due persone. Anche se si vuole chiudere definitivamente, se la terapia è fallita, non è questo il modo di fare, specialmente con qualcuno che è in difficoltà, che è malato, che ha subito dei traumi in passato e che si è rivolto ad un terapeuta proprio per quello e per sei anni gli ha messo il cuore in mano. E se la terapia è fallita perché il terapeuta si è accorto di non essere in grado di gestirla, a maggior ragione non si colpevolizza il paziente o quello che dice in seduta - luogo in cui, secondo la regola fondamentale della psicanalisi si può dire, anzi, si deve dire, tutto quello che si vuole senza censura, senza vergogna, senza timori o paura di essere criticato, senza giudizi, giustificazioni o spiegazioni razionali - per umiliarlo e farlo sentire un reietto e allo stesso tempo scaricare la colpa su di lui e coprire la propria inadeguatezza. E se si decide di interrompere la terapia perché si ritiene non possa più dare i frutti sperati non si butta fuori il paziente dallo studio come un lebbroso usando la scusa del "ti ho fatto un favore mandandoti da un altro", perché cacciandolo senza una conclusione dignitosa non gli si fa un favore ma lo si distrugge e si distruggono nel contempo anche i sei anni di terapia e il lavoro che dovrà fare il terapeuta successivo partirà già con un handicap altissimo. Se mai ci sarà un terapeuta successivo visto che il paziente probabilmente non si fiderà più di nessuno.

Ci si aspetta da uno psicoterapeuta un grado sufficientemente buono di insight, di consapevolezza delle proprie azioni e di auto controllo. Ci si aspetta che sappia ascoltare quello che gli dice il paziente e che sappia regolare "la propria rotta" a seconda delle risposte che riceve dopo un'interpretazione che dà o una decisione che prende. Ci si aspetta che interpreti la motivazione profonda che si cela sotto ad un rifiuto o ad una risposta negativa di un paziente invece di usarli contro di lui. Ci si aspetta che non agisca un proprio sentimento, frustrazione, reazione personale ma, in virtù del training che ha ricevuto e della pratica sul campo, o "nel campo", sappia contenerlo e trasformarlo evitando di scaricarlo su un paziente. Ci si aspetta soprattutto che quando faccia dei passi falsi (sembra che anche i terapeuti siano umani e possano sbagliare, lo ripetano spesso ma nella pratica quotidiana lo riconoscano raramente) se ne accorga e ponga rimedio, specie se le conseguenze dei propri errori ricadono su chi dovrebbe far stare meglio. Invece sembra che nella realtà di tutti i giorni un paziente non meriti nessuna spiegazione e nessuna scusa, che sia troppo umiliante per un professionista abbassarsi a rispondere delle proprie azioni e magari anche scusarsi, che, proprio in virtù del titolo di psicoterapeuta che ha acquisito, non sia tenuto a farlo, come se l'asimmetria professionale lo giustificasse sempre e comunque e si trasformasse anche in asimmetria personale.
"I pazienti sono i nostri migliori compagni di viaggio", certo, è facile scriverlo in un bell'articolo e poi invece buttarli a mare in pasto ai pescecani se osano farci notare che abbiamo preso la direzione sbagliata, perché le decisioni del capitano non si possono mai mettere in discussione.
Tanto poi è probabile che qualunque cosa racconterà il paziente ad un altro terapeuta verrà in varia misura relativizzata e ricondotta ad una sua soggettiva interpretazione dei fatti o alle sue "manie di persecuzione", alla sua distorta visione del mondo, alla sua patologia ("Questo è come ha vissuto lei quel momento", "questo è come si è sentito lei", "questo è il modo in cui ha interpretato quelle parole"), perché è raro che si metta apertamente in dubbio l'operato oggettivo di un collega, che è umano sì, e può sbagliare...però no, non è possibile.

Per quanto io come paziente possa essere stata complicata e difficilmente gestibile, non ho fatto niente di male per meritarmi un trattamento del genere dopo sei anni di terapia, come non lo meriterebbe nessun altro.
Non sono una santa, ho tutti i difetti del mondo ma sono una persona pulita ed onesta. Non ho mai mentito, nascosto le mie intenzioni o "fatto finta di" e ho sempre detto le cose come stavano e ritengo di avere la coscienza a posto. Anche quando ho sbagliato ho riconosciuto i miei errori e avrei accettato una conclusione di terapia, se questa fosse stata dignitosa e rispettosa, se le mie sedute non fossero state interrotte da un giorno all'altro, se le mie rimostranze e i miei feedback negativi fossero stati analizzati e compresi nelle loro ragioni più intime e non scambiati per mancanza di rispetto o fiducia, per i capricci di una bambina piccola o, quel che è peggio, per gratuite offese personali. Se si fosse capito che "emorragia libidica" non erano parole dette a caso, per far vedere quanto sono intelligente e quanto so leggere Freud.  Che una minaccia di interruzione sarebbe bastata per spronarmi a cercare "pensieri nuovi". Che io ho sempre e solo voluto difendere la mia ora perché per me era tutto, era l'unico spazio che avevo per me, l'unico luogo in cui poter riaccendere quel briciolo di speranza che mi era rimasto per un futuro, perché io ci credevo, altrimenti non avrei continuato ad andare, settimana dopo settimana, con tutta la fatica che mi costava quando stavo male, mi tremavano le gambe, mi girava la testa. E io avevo il diritto come paziente, in quello spazio, di soffrire e di lamentarmi e di prendermi il mio tempo per migliorare, e di peggiorare quando tutto intorno a me andava male, senza che qualcuno dall'esterno fosse introdotto solo per dire che io "sono diventata la mia malattia", che non miglioro, che non ho nessun pregio, che purtroppo non sono come le altre persone "normali", che tradotto significa che non sono esattamente come mi vorrebbe lei, che sono sempre stata "problematica" e fornire nuove ragioni e un alibi di ferro per sbattermi fuori, invece dei fantomatici "pensieri nuovi" su cui costruire, necessari per "migliorare la mia vita" e "riprendere la mia terapia". Qualcuno che non c'entrava niente con la mia ora, che non aveva il diritto di giudicare cosa mi servisse e cosa no, che non ha mai accettato la mia individualità, che mi dà della pazza solo se mostro di avere una personalità diversa dalla sua, che è una delle cause dei miei problemi e che adesso ha di nuovo carta bianca e si può prendere tutto lo spazio che vuole sulla mia vita, perché io il mio spazio non ce l'ho più e da tre mesi sono chiusa in casa. 
Migliorare la mia vita. Migliorare la mia vita o far precipitare la situazione? Il passo è stato breve.
L'ho visto come è migliorata adesso, se ne sono accorti tutti di quanto stia meglio senza terapia.

Mi sono auto-sabotata molte volte, è vero. Ho dei pattern relazionali distruttivi che creano pressione e fanno soffrire. Ho sempre cercato nel modo sbagliato di avere amore e ho ottenuto odio. Ho cercato risposte e ho ottenuto silenzi. Ho chiesto aiuto e ho ottenuto un'espulsione. Ma tutto questo poteva cambiare perché ho anche dimostrato di avere la capacità di trovare io stessa pensieri nuovi e mi meritavo un'altra chance e delle risposte, e non un muro di silenzio e di indifferenza. Questa volta non ho fallito solo io e non mi sono meritata quello che ricevuto, e sto pagando tutto in un modo terribile.

Siccome le mie condizioni di salute stanno peggiorando, il mio peso sta scendendo sotto i 40 kg, non riesco a dormire e a mangiare, sono profondamente depressa, voglio che le mie parole siano scritte nero su bianco. Perché si capisca quanta responsabilità c'è, quanta vita c'è dentro una stanza d'analisi, e quanto ci si può lasciare lì dentro e quanto si può perdere. 
Perché concedere delle sedute di conclusione, rispondere al telefono, ad un sms o ad un'email può essere più professionale che giustificare sempre e comunque il proprio operato perché si è il terapeuta, specialmente dopo sei anni e quando una persona ci sta rimettendo la salute e la vita.



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